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Robot: sono davvero così essenziali e ineluttabili per la società?

Si, i robot sono cool. Certo, l’intelligenza artificiale promette faville. Ed è impossibile sfuggire all’affascinante hype della Robot Revolution in fieri, anzi ora divenuta primaria strategia industriale nipponica da qui al 2020. Un entusiasmo che, giustificato o meno, non può non conquistare i titoloni mediatici e le pupille dei cyber-utenti, soprattutto se c’è di mezzo la classica “voglia di stupire” a tutti i costi.

Ma stanno davvero così le cose? Si tratta davvero di un fenomeno economico-sociale così vitale e diffuso? E a chi giova spingere l’ennesimo acceleratore hi-tech come panacea ai problemi del mondo (occidentale, soprattutto)?

Intanto, perfino gli addetti ai lavori sostengono che i robot non saranno poi così onnipresenti nel mondo: «sicuramente non lo saranno nei prossimi 5 anni, e probabilmente neppure nei prossimi 50 anni», spiega Hans Tappeiner, co-fondatore tedesco di Anki, azienda che punta a «portare la consumer robotics nella vita quotidiana» (oltre che iperfinanziata dai big del venture capital e nel cui organico e non figura neppure una donna). Aggiungendo, più modestamente, che le automazioni possibili si limiteranno a darci una mano nelle varie attività umane, perché «non esiste assolutamente nulla nell’ambito tecnologico che sia grado di avvicinarsi neppure lontanamente alle complessità del cervello umano».

Ben detto. E visto che ci siamo, aggiungiamo pure che una diretta (pur se non unica) conseguenza delle pratiche automatizzate è la rampante disoccupazione della filiera imprenditorial-produttiva odierna. Stavolta non si tratta cioè del tipico ricambio occupazionale dovuto a eventi ciclici, come accaduto con la “prima” rivoluzione industriale del XVIII secolo. La quale, va ricordato, pur con le forti innovazioni e invenzioni all’epoca considerate parimenti “rivoluzionarie” e positive per il popolo, introdusse l’umanità un regime del tutto nuovo, la proprietà privata, con conseguenze tutt’altro che piacevoli: la recinzione di un settimo di tutti i terreni comuni in Inghilterra, la radicalizzazione di profonde disuguaglianze nel tessuto sociale, il rapido incremento della povertà urbana – cioè le fondamenta dell’ordine moderno centrato sul mercato.

Lo stesso dicasi per i fabbri e artigiani del metallo che all’alba del XX secolo (in Usa) vennero riconvertiti nel settore automobilistico e in altri comparti industriali – con indubbi effetti positivi per la nascente middle class, ma senza nascondere certe ulteriori spinte iper-capitaliste e consumiste con pochi vincitori (le grandi corporation) e tanti vinti, comprese le frotte di lavoratori del settore oggi disoccupati (forse in attesa di riconversione?).

Stavolta sono gli stessi esperti a confutare ogni possibile quadro ciclico in nome del “progresso”: le tecnologie emergenti non riusciranno mai (né sembrano interessate) a produrre nuova occupazione al livello adeguato per una popolazione mondiale superiore ai 7 miliardi. «Saranno rare, se mai ne resterà qualcuna, le industrie che prevedono un intensivo lavoro manuale», scrive Martin Ford nel libro fresco di stampa Rise of the Robots. Tant’è che, suo esempio, YouTube e Instagram sono «aziende con una forza-lavoro ridottissima a fronte di enormi fatturati e valutazioni di mercato stratosferiche».

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Altro effetto più o meno diretto di questo trend è il rapido ampliamento del numero dei cosiddetti lavoratori della conoscenza. Un bacino che include un po’ tutti, dai professionisti ai semplici blogger, e che realizza una democratizzazione dell’informazione indubbiamente necessaria. Ma per quanto sia vero che l’affollamento acuisce l’ingegno e stimola la competizione (in nome della selezione della specie), in realtà l’eccessiva automazione finisce per privilegiare i pochi eletti (le grandi testate) che possono permetterselo. E quindi anche online finiamo per restare lettori più o meno passivi dei soliti spazi e siti. Oppure, assai più spesso, si tende a optare per scorciatoie automatiche così da produrre risultati veloci ed “efficienti” – come, per esempio, recensione librarie tecnicamente perfette che difettano però di creatività e riflessioni personali, elementi cruciali proprio per la diffusione della conoscenza, come rimarca la nota autrice statunitense Barbara Ehrenreich nel recensire il volume di cui sopra.

E, restando in tema, che dire della miriade di piattaforme automatiche per seguire i nostri temi preferiti in tempo reale sui social media? Una varietà di servizi che, basati tanti algoritmi personalizzati quanto impenetrabili, pur facilitando in parte il lavoro delle redazioni giornalistiche di ogni tipo e fattura, in pratica finiscono per appiattirne la produzione e privilegiare titoloni veloci e accattivanti a scapito della qualità e del contesto, causando una ridondanza altamente controproducente – basta un giro sul web o su piattaforme social a confermarcelo.

Chiaro che non si tratta di fare di tutt’erbe un fascio: online girano anche risorse utili, siti d’approfondimento e quant’altro. Tuttavia l’esempio calzano a pennello anche per altri settori imprenditoriali dove i robot tirano forte (militari, sanità, manifattura, ecc.) e dove l’elemento umano viene necessariamente ridotto all’osso o eliminato ben oltre l’aspetto fisico.

In definitiva, emerge così l’assunto della superiorità delle macchine rispetto agli esseri umani, soprattutto perché se ne eviterebbero gli errori, oltre che in termini di efficienza e velocità – dalle autovetture auto-guidate ai sistemi di controllo aereo-ferroviari, dagli algoritmi delle ricerche online specializzate all’automazione in fabbrica dell’era post-fordista. Ne consegue il messaggio (spesso implicito e sottile per accalappiare indaffarati e distratti) che i robot sono qui per risolvere ogni problema sociale e incrementare la ripresa occupazionale, dal Giappone all’Italia.

Peccato che, oltre alle ricadute poco promettenti sulla stessa occupazione già delineati in precedenza, ci si dimentichi che ogni giorno non solo piloti d’aereo, chirurghi, avvocati e professionisti d’alto livello, ma anche tassisti, vigli urbani, manager aziendali, direttori editoriali, coordinatori di testate e comunità online, sono lì a risolvere una gran quantità di imprevisti e problemi quotidiani. Oltre che a darsi da fare per riavviare economia e occupazione. È l’ordinaria amministrazione giornaliera, basata su impegno e ingegnosità personali a far davvero girare la società, ieri come oggi – pur se ovviamente ciò non merita alcuno spazio su giornali né l’attenzione dei frenetici utenti dei social media.

Tutte capacità, si badi bene, inarrivabili perfino dai robot più sofisticati, i quali per natura sono assai validi ed efficaci nel seguire le istruzioni ma inutili o pericolosi se lasciati a se stessi (2001 Odissea nello spazio docet). Basti ricordare i recenti disastri di aerei tutti automatizzati, o i molti virus, bug, attacchi e che oggi colpiscono invariabilmente i computer del mondo, inclusi i sofisticati sistemi informatici della Nasa o del Pentagono Usa. E per quanto ci si sforzi a spingere la consumer robotics solo come elemento coadiuvante delle nostre attività che non potrà mai “impadronirsi del mondo”, il punto è che la robotizzazione diffusa finirà per meccanizzare ed appiattire ulteriormente la nostra quotidianità già infarcita di tecnologia d’ogni tipo – con la scusa di offrirci magicamente chissà quali ulteriori meraviglie, o perfino di rilanciare l’occupazione e l’economia mondiali.

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Va poi segnalato che, oltre agli enormi e ovvi interessi economici in gioco, l’industria robotica richiede grosse quantità di energia elettrica e ampie infrastrutture, pur se (forse) minore personale umano. È quindi ragionevole prevedere che contribuirà non poco al footprint ambientale del prossimo futuro. Non sarebbe forse il caso di stabilirne a priori anche l’impatto ambientale, oltre a quello socio-cultural-politico, come si fa con le grandi opere pubbliche e i mega-impianti privati?

Anche perché queste corsa alla robotica di consumo o meno (come anche la presunta “terza rivoluzione industriale”) finiscono per interessare sostanzialmente o primariamente il Primo Mondo e quei Paesi che aspirano a farne parte. Creando così un ulteriore divide con le altre nazioni “in via di sviluppo”, alle quali poi non resterà che lanciarsi all’inseguimento di un modello di sviluppo poco o nulla confacente con le loro risorse territoriali e umane o lo specifico background storico-culturale.

Un processo che verrebbe inevitabilmente esasperato in questo caso, riducendoci a consumatori sempre più passivi (di automobili auto-guidate, algoritmi di ricerca, automazione in fabbrica, e così via). Mentre ovviamente a trarne grossi vantaggi economici sarà il solito uno per cento della popolazione, come già successo in passato per i giganti della finanza, e dell’industria, nonché oggi per quelli hi-tech e internet. Perché anche la stessa manovra a tutto campo della New Robot Strategy giapponese verrebbe «pilotata dai colossi del mercato… Toyota, Honda, Panasonic, Komatsu», i quali fornirebbero cospicui investimenti (già, la robotica costa non poco!) da cui poi vorranno ritorni ancora più cospicui, c’è da scommetterlo.

Né è una novità che spesso le “partnership pubblico-privato”, pur quando animate da buone intenzioni, si rivelano problematiche – se non truffe camuffate per abbindolare i contribuenti. Ne sono prova la privatizzazione delle aziende municipali di acqua, luce o trasporti attuate in molte città, come pure le norme che autorizzano le università a privatizzare le ricerche condotte con i fondi pubblici, per poi brevettarle spesso in stretta partnership con le grandi corporation (scenario più che plausibile, visti gli avanzati progetti di intelligenza artificiale al MIT, per citare un solo esempio).

È insomma cruciale avere un approccio critico all’intera questione, come d’altronde hanno provato a fare diversi pensatori analizzando le precedenti “rivoluzioni” tecnologiche ]. Tra questi, meritano una menzione Jacques Ellul (in Francia, metà anni ‘50) e poi Lagdon Winner (in Usa, metà anni ’70), i quali hanno apertamente messo in dubbio il concetto ampiamente accettato, tanto nei circoli accademici quanto nel mondo imprenditoriale, di una “tecnologia autonoma”. In breve, l’idea è che gli esseri umani non possono resistere al fascino della tecnologia, la quale viene percepita come dotata di qualità autonome superiori e ineluttabili.

In realtà ciò succede per il semplice motivo, suggerisce Ellul, che «gli esseri umani non prendono in adeguata considerazione le responsabilità inerenti a qualsiasi sviluppo tecnologico». Mentre Winner rimarca la tendenza ad «abbracciare e utilizzare in maniera acritica e irriflessiva le nuove tecnologie senza riflettere sui loro effetti sociali e politici ad ampio raggio».

A fronte di qualche innegabile vantaggio nell’avvento dei robot, come d’altronde per ogni innovazione moderna, restano dunque in sospeso aspetti ambigui che impongono un dibattitto ben più ampio e articolato. Come la pensano i cittadini, quali le domande della società civile sul tema? Perché non innescare coinvolgimenti in stile bottom-up, anziché tipicamente top-down come si vede in giro, in questo campo innovativo così scottante e importante per il futuro dell’intera sociale?

Le scorciatoie utopiste non hanno mai funzionato, mentre l’umanità si è mossa sempre tramite piccoli passi quotidiani. Una prassi oggi più che mai cruciale per creare un mondo migliore. Meglio stare con i piedi per terra ed evitare quest’ingenua, ulteriore ondata di entusiasmo – per non avere a che fare domani con l’ennesima delusione, altrettanto ingenua e magari cocente.