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L’inesauribile avidità e il furto legalizzato delle corporation

Quando compriamo un’autovettura nuova, il software che oggi ne gestisce praticamente tutte le funzioni ci viene dato soltanto in licenza: in base alla vigenti norme sul copyright la proprietà rimane al produttore, di modo che né noi in quanto proprietari dell’autovettura né il nostro meccanico di fiducia può manometterlo in alcun modo. Niente riparazioni o aggiustamenti, insomma, se non nell’officina del concessionario, a prezzi ovviamente maggiorati e solo con l’esplicita approvazione di quest’ultimo.

È questa l’ultima uscita della General Motors, la settimana scorsa a Los Angeles, nel corso di un’audizione predisposta dall’Ufficio del Copyright Usa che si appresta a decidere sulle possibili eccezioni alle attuali normative proprio per consentire a meccanici indipendenti e legittimi proprietari di mettere mano a questi autoveicoli, software incluso. Scusa aggiuntiva è che ogni intervento autonomo potrebbe metterne a repentaglio la sicurezza e causare poi rotture o incidenti imprevisti.

Com’è noto, gli autoveicoli odierni (e ancor più in futuro, con l’avvento delle auto senza pilota di Google e altri) hanno sempre meno a che fare con quelli di “una volta”, sono in pratica dei piccoli ma sofisticati “mobile computing network”, dove funzioni cruciali come accelerazione, freni e manovre sono letteralmente guidate dalle stringhe di codice su cui gira il computer centrale. Per esempio, i nuovi modelli GM includono circa 30 unità di controllo elettronico, e senza accesso legale al software, le riparazioni in proprio diventano illegali – e, temono molti, più di qualche officina sarà costretta a chiudere. Mai e poi mai che l’industria possa decidere di usare software libero o rilasciarlo sotto GPL o simili licenze aperte, ovviamente.

FarmHack

Si tratta cioè di riaffermare con forza i diritti proprietari su tale codice, non certo possibili manomissioni rischiose. Lo conferma fra l’altro la posizione analoga a quella della GM affermata recentemente dal monopolista dei grossi macchinari agricoli, la John Deere. Ben diversamente da quanto propone FarmHack, per esempio (vedi foto sopra), comunità globale open-source per l’agricoltura sostenibile, oppure il Global Village Construction Set, piattaforma aperta e condivisa per produrre in maniera semplice ed economica 50 differenti macchinari industriali per costruire un piccolo villaggio con tutti i comfort moderni.

D’altronde simili controversie erano sorte (e rimangono valide a tutt’oggi) anche rispetto ai gadget che caratterizzano la nostra vita quotidiana – tablet, lettori di ebook, smartphone, ecc. – lucchettati fino all’inverosimile. Senza dimenticare le limitazioni imposte alla condivisione di cultura e conoscenza dalle opzioni del Digital Rights Management spesso integrate nei prodotti elettronici d’uso comune legati ai suddetti device (ebook, file MP3, video-game, ecc.), quando non si preferisce lo streaming usa e getta. Basti ricordare che gli ebook acquistati via Amazon o iBooks ci vengono dati solo in prestito, e qualche anno fa Amazon non ci pensò due volte a far sparire da remoto l’edizione digitale di un titolo (guarda caso) di George Orwell, Animal Farm, dai Kindle di utenti che lo avevano regolarmente acquistato sul suo store, sempre per motivi di copyright.

Duplication Prohibited

La verità di fondo è che queste pratiche industriali (e le annesse iniziative giudiziarie Usa) sono mirate a stravolgere completamente il diritto di proprietà per come lo conosciamo (grazie al Digital Millennium Copyright Act). Potremmo anche starci se tale stravolgimento fosse mirato ad ampliare condivisione e partecipazione dei cittadini, oppure a dare impeto a progetti innovativi legati ai commons. Ma il punto qui è l’avidità inesauribile delle corporation, che non vogliono fermarsi neppure davanti ai diritti fondamentali degli individui.

Un’imposizione dovuta al neoliberismo imperante e al semaforo verde concesso ai colossi industriali che si appoggiano a leggi sul copyright che oggi controllano (anzi: ingabbiano) l’intera vita digitale, pur se non vanno dimenticati certi colpevoli silenzi dei media, le combutte continue tra Stato e mercato, i comportamenti accondiscendenti di noi utenti.

Per fortuna che qualcosa si muove, quantomeno negli Stati Uniti, a partire da inviti pubblici a protestare con il Copyright Office, a sollecitare i legislatori a sostenere proposte di legge come l’Unlocking Technology Act e il Your Own Devices Act, oltre a specifiche normative che garantiscano il Fair Repair per tutti. E Kyle Wiens, fondatore di ifixit.com, sito di riparazioni automobilistiche in stile do-it-yourself, è convinto che prima o poi i consumatori si opporranno con forza a queste tattiche industriali. Speriamo bene.