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Come stimolare una cultura sempre più libera (e partecipata) nel 2015 ?

Anno nuovo, tempo di consuntivi… e, soprattutto, di buoni auspici per un 2015 sempre più aperto e condiviso. In particolare riguardo alla cultura libera, senza cioè dimenticare le questioni annesse al copyright e al pubblico dominio – temi che, dopo una certa notorietà negli anni scorsi, sembrano sempre più “obsoleti” e/o relegati ai pochi intimi, pur nell’odierna era dell’iperconnessione. (Fra l’altro, il primo gennaio è il Public Domain Day, e qualcuno per fortuna ce lo ricorda). Ecco perciò alcune segnalazioni online di questi giorni, utili contributi a possibili rilanci e azioni (personali e collettive) proprio in questo novello 2015.

Una breve ma puntuale analisi di TechDirt ribadisce, con tanto di infografiche basate su nuove indagini, che il “copyright sta facendo sparire la cultura“. Il punto è che, pur a fronte di una maggiore quantità di libri pubblicati negli ultimi anni (a cui aggiugnerei anche l’ondata di e-books di ogni fattura, facilmente disponibli online grazie ai servizi offerti da Amazon e altre situazioni online), il rapido turn-around del mercato li fa sparire rapidamente dalla circolazione e praticamente la loro esistenza rimane ignota ai più. (Ovviamente ancor più arduo farsi notare con il proprio ebook su Amazon o simili e-store). E naturalmente le attuali norme sul diritto d’autore ne impediscono la diffusione nel pubblico dominio, con danni diffusi per la società, i lettori e gli stessi autori. Ovvero: non si uccide così anche la cultura? E ciò vale non soltanto per gli USA, dove oggi il copyright rimane in vigore per 70 anni dopo la morte dell’autore o per 95 anni dopo la pubblicazione se prodotti dalle corporation, bensì anche nella vecchia Europa – come illustrato da Julia Reda, membro del PE per il Pirate Party, all’ultimo congresso del Chaos Communications Club tedesco (qui l’intervento anche in video). Mentre prima della riforma del Copyright 1976 Act, il copyright andava rinnovato dopo 26 anni, e nella vasta maggioranza dei casi ciò non avveniva, perchè gli autori o i loro eredi non avevano incentivi economici a procedere, e l’opera diventava così di pubblico dominio. Invece le odierne iper-estensioni automatiche e indiscriminate del diritto d’autore non fanno altro che creare dei “buchi neri” nella cultura del XX secolo, con ovvi danni un po’ per l’intera collettività (a parte forse per gli eredi dei pochi autori iper-famosi, fra l’altro incrementando così il gap socio-economico ben evidente della nostra epoca).

tecdirtgraphic

A conferma di quanto sopra, il Center for the Study of the Public Domain della Duke University, propone un elenco delle opere che (in Usa) sarebbero divenute di pubblico dominio oggi, primo gennaio 2015, qualora non fossero intervenute le suddette iper-estensioni automatiche. Per chiarezza: in base all’attuale normativa, nessuna opera Usa diverrà di pubblico dominio fino al 2019. Tra i film troviamo Attack of the 50 Foot Woman, Cat on a Hot Tin Roof e Gigi, insieme a libri come Things Fall Apart, Our Man in Havana oppure The Once and Future King; nella musica, si segnalano Johnny B. Goode (Chuck Berry) e perfino la nota Volare (Nel Blu Dipinto Di Blu) di Modugno e F. Migliacci, nella traduzione inglese di Mitchell Parish. Si tratta insomma di tutte le opere pubblicate per la volta nel 1958. Analoga la situazione in Canada (copyright esteso a 50 anni dopo la morte dell’autore) ed EU (70 anni), in aggiunta alla difficoltà di stabilire le date precise delle uscite originarie per l’applicazione dei termini del copyright.

Public Domain Day 2015

Infine, un importante segnale pro-positivo arriva da una riflessione tutta italiana per “realizzare il sogno del bibliotecario, con potenziali effetti e suggerimenti buoni un po’ per tutti. Vittoria Gentilini (bibliotecaria) sintetizza “alcuni punti fermi sull’accesso alla conoscenza” e segnala le pratiche in atto, da aprte di varie istituzioni e università nel mondo, per la condivisione attivate o agevolate dall’era digitale. E conclude con una serie di consigli utili «sull’empowerment dei cittadini», a partire dal caso Wikipedia:

Prendete una persona qualsiasi e convincetela a cliccare sul pulsante “Modifica” di una voce di Wikipedia. Avrà automaticamente davanti una palestra in cui fare esperienza di ogni aspetto possibile dell’information literacy: ricerca delle fonti, ragionamento (la scrittura lo impone più della lettura), descrizione neutrale (cioè concordata con gli altri), impatto (scrivo, salvo e ho fatto immediatamente qualcosa che resta), percezione del valore generativo della cultura (scrivo due righe, sulla base delle quali altri aggiungeranno e costruiranno, come in un puzzle). Esistono molti altri modi per far fare alle persone un’esperienza di questo genere?
Guardate che cosa ha fatto la biblioteca VEZ di Mestre, che non si è accontentata di un semplice laboratorio di alfabetizzazione a Wikipedia per i suoi utenti ma ha coinvolto aziende, istituzioni e infine le scuole.

Pur a fronte di tante limitazioni (soprattutto legislative), è vero insomma che possiamo (e dobbiamo) darci da fare a ogni livello per la cultura libera e partecipata. Quadro in cui l’empowerment concreto di ciascuno e di tutti vale davvero tanto in quest’era digitale: basti ricordare quanto ha fatto in tal senso Aaron Swartz, di cui l’11 gennaio 2015 ricorre il secondo anniversario della morte.