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Amerika: cova la rabbia (non solo dei neri) e oggi non esiste alcun M.L. King…

Questo uno dei numerosissimi tweet [ridicolo che la gente non sia incazzata per quanto sta accadendo in questo paese] che continuano ad affollare il flusso online stamattina, dove l’hashtag #ICantBreathe [non posso respirare] è solo uno dei molti che raccolgono la rabbia e l’indignazione di tantissimi cittadini statunitensi di ogni colore e background. Analogamente alle proteste subito scoppiate nelle strade di New York City e altrove, ciò si deve alla decisione, comunicata ieri pomeriggio, del Grand Jury di Staten Island (NYC) di non incriminare un poliziotto bianco che a luglio aveva ucciso Eric Garner, nero di 43 anni che vendeva sigarette di contrabbando in strada.

Sì, proprio come successo la settimana scorsa a Ferguson, Missouri, pur se stavolta esiste un video chiaro e limpido a comprovare senz’alcun dubbio l’eccessiva violenza usata dai poliziotti. È vero che questi non potevano prevedere che quella violenza arrivasse a causare la morte per arresto cardiaco di Garner, ma che perfino il coroner ha classificato come “omicidio”. E, quel che più conta, l’episodio rivela un trend ormai comune delle istituzioni ai danni degli afro-americani, qualcosa divenuto tristemente “normale”. Pur con l’annuncio dell’immediata inchiesta federale per fare chiarezza, sia nel caso di Ferguson che di Staten Island, è chiaro che il sistema fa acqua da tutte le parti, e non può più essere riformato dall’interno, sostengono attenti osservatori.

http://www.youtube.com/watch?v=LrzfiauNf8k

Così le proteste montano sui media, pur se mai troppo accese come meriterebbero, e s’infittiscono in molte località, per fortuna pacifiche finora, con una varietà di iniziative pubbliche previste nei prossimi giorni. Oltre ovviamente al magma continuo online e soprattuto nei social media (anche su su YouTube). A riprova del fatto che il problema razziale qui non è mai stato risolto, e neppure mai affrontato seriamente dopo le “vittorie” di Martin Luther King Jr. negli anni ’60. E nell’immaginario collettivo riappare, tra i tanti fantasmi, anche quello di Rodney King del 1991:

 
Già, il punto è proprio che la gente s’incazza sempre meno (o nulla) per questi omicidi insensati e per questa situazione assurda. Ed è notorio come tale società dell’iperbenessere porti con sé apatia e cinismo a ogni angolo, insieme alla corsa allo shopping tipica soprattutto di queste settimane, con annesse distrazioni tipo gli auguri interattivi della coppia Obama. Ma neppure celebrità come Jon Stewart, animatore di uno dei più seguiti talk show live della tarda serata, è riuscito trovare le battute per “esorcizzare” il fattaccio di poche ore prima, ribadendo invece che «non viviamo affatto in una società post-razziale» e dove anzi «un sacco di persone si staranno chiedendo se viviamo in qualcosa che possiamo chiamare società oppure no» – per poi continuare con una serie di imprecazioni ad alta voce in diretta:

https://www.youtube.com/watch?v=-J-SzqUqIEM

Il problema vero è che, nel vuoto socio-culturale a cui storicamente sono state abbandonate le minoranze USA, dalle istituzioni (tradizionalmente guidate dalla classe bianca e agiata) non arrivano segnali forti a loro sostegno neppure in situazioni davvero drammatiche come queste. Mentre nell’estrema frammentazione della società nera pesa parecchio l’assenza di figure catalizzanti e propositive proprio come  Martin Luther King Jr., che difficilmente potranno emergere neppure nel prossimo futuro, considerando il quadro complessivo dall’interno. Quadro che nella lontanissima Italia appare alquanto alieno (pur se con le dovute eccezioni, tipo Manifesto e Pagina99), diversamente dalle testate anglosassoni fuori dagli USA, almeno in parte: «Il problema dell’America è il razzismo istituzionale», azzarda per fortuna il Guardian, per esempio.

Vero: la rabbia che cova sotto la punta dell’iceberg degli episodi di queste settimane (e in corso) è davvero tanta, e non solo più nei “ghetti neri”, i quali anzi non mancano di offrire possibili di soluzioni a livello di comunità – quelle “soluzioni” che tipicamente chiedono le frange più conservatrici onde bloccare indignazione e rabbia diffuse, facendo appello alla “unità del sistema”. Tra queste, la coalizione Ferguson Action ha già diffuso una proposta nazionale inclusiva di specifici passi per tagliare alla base le pratiche discriminatorie e la militarizzazione delle forze dell’ordine.

Ma che potenziali percorsi di riappacificazione arrivino dall’alto o dal basso, rimane il fatto che il gap socio-economico è ormai enorme a ogni livello, e le divisioni tra ceti sociali agiati e minoranze appaiono irrisolvibili. E nell’assenza di memoria storica tipica di questa cultura, sono lontanissimi i tempi di F.D. Roosevelt, in parte, né tantomeno di M.L. King – come pure sembra impossibile qualcuno possa reincarnarne le pratiche e gli ideali a breve. Rassegnazione senza scampo? No, piuttosto massima concretezza vista dal campo: in USA la situazione è potenzialmente iper-esplosiva, non certo da ieri e forse più dell’epoca dei diritti civili di 50 anni fa – per molti versi assai vicina ai regimi dittatoriali africani o a certe sollevazioni popolari di stampo latino-americano. Tant’è che qualche esperto su CNN arriva perfino a paragonare l’attuale scenario generale alla… germania nazista!

Eppure c’è da scommettere che, in un modo o nell’altro, anche questa crisi verrà “ricomposta”, cioè dimenticata al più presto, e un po’ tutti tenderanno pian piano a esaltare o ingoiare quel che passa il convento – grazie anche alle auspicate “distrazioni”, natalizie o complottistiche che siano.