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Digitale come contesto glocale: dal futuro di internet Italian-style alla gentrificazione hi-tech di Oakland

In questi tempi di obbligatorietà del social e di super-star giornalistiche, mi pare sia sempre meno di moda occuparsi di quella che appena un pugno di anni fa si chiamava “net critique“, cioè il tentativo di decostruire collaborativamente lo scenario digitale in progress, dall’interno e in senso globale, per provare seriamente a “costruire una società migliore”. Ciò vale soprattutto per il Bel Paese, tradizionalmente lontano da certe dinamiche e dove anche l’attenzione degli addetti ai lavori non va oltre la tipica punta dell’iceberg.

Ne sono una prova la recente bozza della Dichiarazione dei diritti in Internet e l’eccessiva attenzione sulle inevitabili contraddizioni in tema di Net Neutrality (ancor più in EU e Italia, rispetto agli USA). Entrambe questioni che, per quanto utili da proporre, in sé significano poco o nulla, perché slegati da un contesto socio-culturale che invece dovrebbe risultare assai più teso ad ampliare concretamente la partecipazione dal basso – finendo così per risultare alquanto estranee e/o indigeste proprio al “comune cittadino della Rete” (di nuovo, ciò riguardo agli specifici ritardi italiani).

Sbaglierò, ma mi sembra che ci si continui a dimenticare che il web e i social media non sono luoghi staccati dal quotidiano vissuto. Oppure che la sharing economy possa prosperare in una bolla d’aria sospesa sul pianeta, o che spesso crea nuovi ricchi (giovani e maschi) anziché condivisione – con annesse accuse e minacce per chi ne parla meno bene. E, anziché dar vita alla rivoluzione annunciata, perfino lo UGC e il new journalism tendono a ribadire antichi modelli corporativi e istituzionali.

sf14Uno dei punti qualificanti, credo, nel percorso di critica digitale rimane quello di ridisegnare contesti più ampi e inter-collegare fatti apparentemente disgiunti. Segnalando precisi problemi sul campo di potenziale ripetizione in altri Paesi (Italia inclusa), come l’ennesima ondata di gentrificazione dell’intera della Bay Area di San Francisco – una delle conseguenze dirette dell’avvento della nuova aristocrazia digitale basata nella Silicon Valley, i quasi monopolisti di internet. Non è infatti un mistero che Google, Apple e Facebook si sono isolate dalla realtà fisica delle comunità impoverite che li circondano – ci ricorda Andrew Keen nel suo libro di prossima uscita:

Aziende queste che offrono una moltitudine di servizi gratuiti ai loro impiegati – ristoranti prelibati, babysitter, palestre, lavanderie a secco, assistenza medica, appartamenti – portando così alla bancarotta quelle attività locali che tradizionalmente facevano affidamento sui lavoratori locali.

 

Casi concreti che, insieme a episodi come le recenti e ampie proteste contro i cosiddetti Google Bus, rivelano l’aumento del gap economico tra “have and have nots” della zona. E non ci piove che sia l’high-tech causa primaria di simili divari, come pure lo stravolgimento del mercato immobiliare a San Francisco: nel 2013, la cifra media per l’acquisto di un immobile ha raggiunto i 900.000 dollari e gli affitti mensili sono arrivati fino a 3.250 dollari.

Analoga va ora facendosi, purtroppo, la situazione anche a Oakland, appena al di là del Bay Bridge. Pur se qui scenario va imputato per lo più a decenni di politiche e decisioni pubbliche che hanno «sempre favorito la nobiltà pre-esistente e reso vulnerabili le comunità povere», ciò ha propiziato l’arrivo in massa dei cyber-ricchi, configurandosi anzi spesso come una cosciente mossa da parte delle autorità cittadine:

Oakland is actively courting tech companies and the tax dollars and lucrative jobs that come with them, but the city’s growth has so far largely been in service to those well-paid employers.

Rimandando infine all’ottima contro-inchiesta del Daily Dot per saperne di più sull’intera questione, è forse utile riflettere su certe conseguenze locali facilitate o imposte dal digitale odierno – anche per rendere partecipi i cyber-cittadini nostrani di queste realtà più vicine e influenti di quanto non si creda, anziché perdersi nello “status update” dei social o in certe fumose prospettive sul (presunto) futuro di internet.

Glocale è anche, o forse sopratutto, proprio questo: scendere tutti con i piedi per terra e partecipare al meglio possibile degli eventi che toccano altri individui dall’altra parte del pianeta, qui e ora, su temi solo apparentemente slegati ma parte di un puzzle ben più complesso e interconnesso.