Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

#BillOfRights per fermare i “quasi monopolisti” di internet?

Non è certo un mistero che oggi abbiamo a che fare con i «quasi monopoli di internet», quelle poche ma potentissime aziende online di cui apparentemente non possiamo fare a meno ei cui nomi sono noti a tutti. Altrettanto noto, purtroppo, è che al momento mancano strategie politiche forti, capaci di opporsi a questi «quasi monopolisti» e tutelare la Rete come bene pubblico, a parte qualche caso sparuto che forse però potrebbe portare buoni frutti.

Per esempio, notizia di questi giorni, il governo spagnolo ha modificato la  legge sulla proprietà intellettuale per introdurre la cosiddetta «tassa Google». La normativa, approvata con 172 voti a favore, 144 contrari e 3 astensioni, consente agli editori di riscuotere una «compensazione equitativa» dagli aggregatori di contenuti come Google News – con sanzioni fino a 600.000 euro per le pagine web che faciliteranno l’accesso specifico e di massa a contenuti offerti illecitamente, eludendo le richieste di ritiro di quelli che contravvengono la legge.

Screen Shot 2014-11-12 at 10.17.24 PMColpire il portafogli, si sa, è sempre una buona tecnica. Ma forse ancor più può fare in questo contesto l’applicazione del cosiddetto diritto all’oblio che da qualche tempo va montando parecchio in Europa. Già ne nel gennaio 2012 il Parlamento europeo aveva perfino proposto formalmente «una riforma globale per la tutela della privacy degli utenti sul web che dovrebbe essere trasformata in legge da tutti gli stati membri entro il 2015». E Paesi come Italia, Francia, Spagna e Germania vantano alcuni tentativi concreti di tutelare la privacy e affermare la responsabilità dei motori di ricerca. Il punto è consentire agli utenti di cancellare, anche a distanza di anni, il materiale online che può risultare sconveniente e dannoso o, in altri termini, approvare norme che vietano la presenza, nei risultati dei motori di ricerca, di link a eventi passati di una persona, accurati o meno, ma comunque irrilevanti.

È vero che la sentenza emessa a maggio dalla Corte di Giustizia dell’UE, pur andando in questa direzione protettiva dell’individuo, di fatto è ancora piuttosto impraticabile, ma quantomeno va vivacizzando il dibattito su questo tema scottante. Fra l’altro al tema è dedicato il numero monografico della rivista “Il diritto dell’informazione e dell’informatica”, mentre ora Luciano Floridi offre un utile resoconto sulla seduta finale dell’Advisory Council to Google, istituito proprio a seguito di quella sentenza, ribadendo che l’intera questione va sollevando più domande che risposte – e quindi, più in generale, c’è ancor parecchio da smussare prima di poter applicare adeguatamente simili princípi nell’internet odierna.

In ogni caso, a difendere gli interessi aziendali si è prontamente lanciato un nugolo di pezzi grossi ed esperti legali (poteva forse essere diverso?), a cominciare da David Drummond, zar legale di Google. Già in estate, un suo articolo sul Guardian ribadiva la necessità di *parlare* del diritto a essere dimenticati, assurgendosi a improbabile difensore degli *interessi pubblici* – con una conclusione comunque lapalissiana: «è auspicabile e necessario avere un robusto dibattito al riguardo».

Sulla stessa lunghezza d’onda, per Jimmy Wales ogni «discorso negativo (accuse, abusi verbali, turpiloquio, etc.) va controbattuti dal discorso positivo», e quindi più free speech c’è in giro e meglio stiamo tutti. Anche perché, detto tra noi, altrimenti sarebbe sempre più arduo per l’osannata Wikipedia continuare a garantire affidabilità e autorevolezza senza pagare nessuno degli utenti che crea contenuti (e qui free sta assolutamente nella doppia accezione inglese di libero e gratuito).

E perfino Vinton Cerf avrebbe detto all’incirca (segnala proprio Wikipedia): « Non potete uscire di casa ed andare alla ricerca di contenuti da rimuovere sui computer della gente solo perché volete che il mondo si dimentichi di qualcosa. Non penso che sia praticabile».

Il fronte utopista-libertariano cerca insomma di confondere la memoria di motori di ricerca e algoritimi vari, progettati per indicizzare tutto di noi così da venderci al miglior offerente pubblicitario, con la più che necessaria memoria storica e collettiva. La questione può anche farsi culturalmente complessa, com’è giusto che sia, ma qui gli interessi in gioco sono chiari e semplici: controllo, miliardi, potere. Cioè, il quasi monopolio online dei soliti noti.

I quali, forti della loro onnipotenza e dei stra-miliardi, pompano in maniera non certo nascosta e avendo già convinto tanti tra noi, il messaggio per cui  la tecnologia aperta e decentrata di internet possa tradursi organicamente in una società più collaborativa, senza segreti e quindi meno gerarchica o differenziata. Ma stanno davvero così le cose? Possibile che la storia umana di questi venti secoli non ci abbia insegnato nulla?

Screen Shot 2014-11-12 at 10.30.26 PMCome scrive Andrew Keen nel suo ultimo libro (in uscita a inizio 2015), la realtà è ben diversa, riferendosi ad altre invenzioni e progressi tecnologici o finanche ai tempi del feudalesimo.  Anzi stavolta occorre stare più in campana che mai, visto la l’attrazione dei gadget patinati e la corsa alla notorietà online:

Anziché promuovere una maggior trasparenza e la distruzione delle gerarchie, la società dotata di una rete non regolamentata sta frantumando il vecchio centro produttivo, ampliando il divario economico e culturale, creando una generazione digitale dove ci si crede padroni dell’universo. Pur se questo nuovo potere dovesse essere radicato in una rete senza confini, è una ristretta cerchia di individui e aziende a ricavarne enormi ricchezze e potere».

 

Appunto, la nuova élite digitale, i quasi monopolisti di internet, il feudalesimo online. Meglio non cascarci, please, e darsi da fare per riaffermare internet come bene pubblico intoccabile: servirà in tal senso anche la Dichiarazione dei diritti in Internet? Speriamo proprio di sì. Nel senso che, pur se al momento appare un manifesto teorico, rientra fra la molteplicità di strumenti  (giuridici, politici, culturali, sociali, ecc.) atti a scardinare questa sorta di ritorno al passato per internet, tra oligarchi e monopoli  – pur con l’apparenza di un magma continuo. Intanto è aperta fino al 27 febbraio 2015 la consultazione pubblica sul testo della Dichiarazione: benvenuti commenti e suggerimenti di ogni tipo.

[ feedback? oppure @berny ]