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Panico, disinformazione e pseudo-globalismo uccidono più dell’Ebola

Fra la continua cacofonia del mondo social, rimane ancora in primo piano la tragica situazione innescata dal virus dell’Ebola. Dove è il caso di segnalare, al di là di fonti più o meno ufficiali e notizie sparse, l’hashtag #EbolaNews, il feed su Twitter Ebola Alert e l’annessa pagina Facebook – a cura di un gruppo di volontari professionisti non soltanto in ambito medico, impegnati in West Africa a prevenire l’ulteriore diffusione.

Con iniziative online come #EbolaChat per l’emergenza immediata in loco, è questo l’ennesimo, essenziale tentativo di informare in modo corretto e di portare assistenza diretta con le dovute precauzioni, evitando paranoie e allarmismo. Gia, perché sembrano questi i pericoli più immediati al momento – vedasi gli ultimi rilanci del feed: “la paura uccide più dell’Ebola“. Lo confermano purtroppo alcuni casi in Liberia di donne incinte decedute perché nessun ospedale o medico è voluto intervenire a risolvere problemi relativamente semplici delle loro gravidanze, temendo che costoro avessero l’Ebola. E lo documenta anche un pezzo di BuzzFeed, che spiega come simili episodi di discriminazione, quando non di morti assurde e colpevoli, siano innescati dal panico ingiustificato e vadano ripetendosi localmente anche per comuni situazioni mediche: diabete, malaria, un piede gonfio.

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D’altronde la narrativa sul tema continua a rimanere confusa, se non platealmente falsa e manipolatoria, perfino qui in Usa, dove spesso i media riflettono un Paese da quarto mondo. Lo conferma, fra le tante fonti, un’analisi della Columbia Journalism Review sulla recente copertura proposta da varie testate nazionali. Ne emerge il chiaro trend verso la xenofobia che ricorda un’analoga isteria sull’AIDS, la Mexican Swine Flu e l’Avian Flu – arrivando a incitare il razzismo e a violare i diritti umani. Come sintetizza il Dr. Robert Fullilove, della Columbia Mailman School:

“Temo quello che potremo fare se spinti dal panico, anziché dalle conoscenze scientifiche o dai principi della salute pubblica. Potremmo avere conseguenze disastrose a lungo termine, da cui sarebbe molto difficile riprendersi”.

Un quadro che, fra le tante reazioni, spinge il governo in Nigeria (ufficialmente liberatosi dall’Ebola) a protestare con forza e prendere posizione pubblicamente contro la continua “discriminazione e stigmatizzazione” dei nigeriani messa in atto dalle autorità di almeno 22 Paesi, tra cui Cuba, Gabon, China, Egitto, Hong Kong, Kuwait, Qatar, Sri Lanka, Turchia, Sud Africa, Zambia.

Importanti, infine, le riflessioni offerte da un articolato intervento su Medium di Zeynep Tufekci, sociologa Usa  assai attiva online. Partendo dal “fallimento delle nostre istituzioni globali”, il pezzo insiste sulla centralità di intervenire ora in West Africa, prima che sia troppo tardi. E per farlo con successo basterebbe “preoccuparsi davvero” e donare quelli che per l’occidente sarebbero davvero pochi spiccioli.

Poche settimane fa, il Segretario dell’ONU Ban Ki Moon ha chiesto un miliardo di dollari per combattere l’epidemia entro il 2014, prima che si diffonda pericolosamente. … Un miliardo di dollari: circa 1/16mo del valore di WhatsApp, l’incassso di un solo film di successo. Una somma ridicola per l’economia globale. … E l’ONU riporta di aver effettivamente ricevuto 100.000 dollari (si, avete letto bene) mentre c’è la promessa di vari Paesi per un totale di soli 250 milioni.

 

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Tufekci rimarca poi l’eroico impegno di volontari medici in loco, in prims ONG come Partners in Health  e Doctors Without Borders, invitandoci però a riflettere su questo disastroso approccio globale, in termini socio-culturali prim’ancora che tecnico-medici. E conclude:

“Così mi assale il panico e la disperazione per quanto rivela questa mancanza di reazione riguardo a tutti noi, alle nostre istituzioni e all’umanità stessa. Come possiamo far funzionare le nostre istituzioni a livello globale, per tutti? È questa la sfida centrale del XXi secolo, che se irrisolta ci porterà a molti altri fallimenti nei prossimi test, causando ulteriore sofferenza”.

 

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